Recensione di Luigi Solano

Il pensiero di Andrea Seganti si svolge a partire dalla constatazione dell’inevitabilità di una negoziazione delle reciproche esigenze tra individui e gruppi sociali. A livello individuale questo processo è stato descritto  fin dall’inizio della vita extrauterina da studiosi come Stern e Tronick, ma assume grande importanza anche nei rapporti tra gruppi sociali organizzati,  dalle forze politiche, ai sindacati, agli stati stessi.
   In ognuno di questi casi la negoziazione porta, in misura più o meno estesa, a mettere in secondo piano, con l’accordo di entrambi i partecipanti, i sentimenti negativi derivanti dal mancato allineamento, in una certa misura inevitabile, degli stati d’animo dell’uno con quelli dell’altro. In termini più adulti, essenzialmente sensazioni di inganno e tradimento. Quando questa operazione riguarda aree piuttosto estese ed importanti della relazione, ma soprattutto non esistono mai occasioni per entrare in contatto con i contenuti messi in secondo piano, si vengono a creare quelle che l’autore definisce mine vaganti, zolle indigerite e impermeabili di esperienza, pronte ad “esplodere” laddove, nonostante gli sforzi dei partecipanti, la relazione giunga ad un momento di crisi, quello che Renzo Carli (ad es. 1997) chiamerebbe un “fallimento della collusione”.
      In qualche modo paradossalmente, gli accordi sotterranei organizzati per proteggere la relazione, finiscono per rendere sempre più probabile la crisi, non solo per l’accumulo di sentimenti negativi non elaborati, ma per l’impercettibile, progressiva costruzione di sentimenti derivati, essenzialmente l'aspettativa sempre crescente di un risarcimento da parte di chi ha messo da parte le proprie esigenze, e la sgradevole sensazione di debito da parte di ha accettato il “sacrificio” delle esigenze dell'altro. 
    IL concetto di costruzione di mine vaganti può essere visto come un arricchimento del concetto di rimozione (o in altri casi di dissociazione): entrambe le modalità difensive vengono in genere intese come operanti a livello individuale, nell’intento di eliminare dalla coscienza esperienze troppo dolorose e dissonanti per essere tollerate dalla mente: un fenomeno pressoché inevitabile, obbligato. La creazione di mine vaganti è invece frutto di un accordo interpersonale, che si realizza nei tempi lunghi, a seguito di interazioni ripetute, con una quota mi sembra maggiore di responsabilità da parte di tutti i partecipanti. Questo comporta una differenza anche a livello clinico: non si tratta di ritrovare l'esperienza rimossa o dissociata, o non solo di questo, ma di giungere ad esplicitare i complessi accordi collusivi che si sono realizzati per escludere dalla coscienza, o piuttosto dal campo esperienziale condiviso, fenomeni e sentimenti negativi.
    Il volume si inserisce quindi molto opportunamente nel mai risolto dibattito natura/cultura, e dà risposte certamente non ambigue, sul versante di quel Freud (1921) che ha lasciato scritto "la psicologia individuale è al tempo stesso, fin dall'inizio, psicologia sociale".
   La patologia individuale viene chiaramente definita come originantesi in termini relazionali, e non solo rispetto alla vita infantile, nella sua condizione di dipendenza che, anche se non è totale, come sottolinea Seganti, certamente è maggiore che in seguito. Gli accordi collusivi sotterranei stipulati in età infantile, infatti, si ripropongono continuamente nella vita adulta, nell'ambito scolastico, nell'ambito coniugale, nell'ambito lavorativo, e possono essere rafforzati, confermati, oppure messi in discussione a seconda degli incontri che facciamo. Pur rimanendo vero che questi incontri vengono ricercati da ciascuno sulla scorta degli accordi stipulati nelle prime epoche della vita con i nostri accudenti primari, mi sembra che il volume restituisca implicitamente una quota di imponderabilità, di possibilità, anche di casualità ai nuovi incontri: è anche possibile che si incontrino persone che non confermano, o non confermano totalmente, i nostri accordi primari. In questo senso la psicopatologia emergerebbe quando si realizza un'infelice coincidenza tra gli accordi collusivi infantili e quelli adulti. Poiché i casi che arrivano alla nostra osservazione clinica sono in genere di questo tipo, rischiamo di pensare che si tratti di una regola assoluta, quando ci possono essere invece tante persone in buona salute proprio perché questa coincidenza non si è appunto realizzata.
   Il testo mi è sembrato di grande interesse anche rispetto allo studio di quei fenomeni che hanno a che fare con la costruzione di "mine vaganti" a livello sociale, cioè con l'accumulo di sentimenti di inganno e tradimento in un popolo, in un gruppo. Anche se il volume non li nomina direttamente, possiamo intravedere sullo sfondo i cittadini tedeschi che arrivano a votare per Hitler; i popoli della ex-Iugoslavia che coltivano il reciproco risentimento fino all'esplosione di un odio apparentemente incomprensibile; il mai risolto conflitto israeliano/palestinese, mina vagante per tutto il mondo occidentale; chissà, anche la perdurante spaccatura della società italiana in due parti sempre più diffidenti l'una nei confronti dell'altra. Non è difficile trovare nella nostra storia recente esempi di riconciliazioni basate su un perdono generalizzato, non negoziato, non fondato su un pentimento esplicito, o peggio sul totale "insabbiamento" di fatti gravissimi, che, come ricordavo sopra, portano nella visione di Seganti da una parte all'attesa irrealistica  di risarcimenti o di gratitudine e dall'altra parte a una sensazione intollerabile di essere eternamente debitori.
  Un esempio di segno opposto lo abbiamo visto ad esempio in Sud Africa, dopo la fine del dominio dei bianchi, laddove il perdono è stato subordinato ad una piena confessione ed al pentimento esplicito - entrambi pubblici - dei protagonisti. E' altamente probabile che questo abbia molto contribuito alla totale assenza del bagno di sangue che molti temevano in quella circostanza.
    Per chi si interessa come psicologo alla salute anche fisica, mi è venuto poi da pensare che le mine vaganti di cui parla il volume possano esplodere anche all'interno, a livello del corpo, senza che l'accordo collusivo venga denunciato clamorosamente all'esterno, come avviene nella cosiddetta psicopatologia, o comunque in esplosioni di violenza apparentemente immotivate. Mi sono chiesto se la presenza di mine vaganti non possa essere visto come il principale fattore di rischio per la salute anche fisica. Seguendo questa linea di pensiero, mi sono anche chiesto se queste mine vaganti non si costituiscano prevalentemente a livello della memoria implicita, di quello che Wilma Bucci (ad es. 2009) chiama sistema subsimbolico. La loro oscurità per il soggetto potrebbe derivare proprio dalla mancanza di connessione con i sistemi simbolici. L'esplosione nel corpo testimonierebbe un accumulo di tensione che non è mai riuscita a trovare alcun tipo di connessione con i sistemi simbolici - se non quando la malattia si presenta all'osservazione esterna; la comparsa del sintomo mentale, o l'agìto, testimonierebbe invece la creazione di un collegamento simbolico spurio: ho finalmente trovato un responsabile del mio malessere.
    Per concludere, la teoria delle mine vaganti entra vigorosamente nel tema sempre più attuale di cosa è salute e cosa è malattia. Se il benessere sostanziale viene legato “alla possibilità di portare in luce le sensazioni di inganno e tradimento che la persona trasporta nel sottofondo della coscienza”, ne deriva che la valutazione del benessere non si può basare solo su quanto viene dichiarato sul piano della coscienza, come in genere avviene con i più comuni strumenti psicometrici. Tali strumenti infatti ripropongono al soggetto di scegliere quali sensazioni mantenere in primo piano e quali rimandare in sottofondo. Se quindi possono cogliere aspetti di malessere quando questo affiora alla coscienza, “rischiano d’altra parte di premiare come particolarmente sani proprio quei tipi di accordi interpersonali che sono volti a respingere le mine vaganti in sottofondo”.
    Sempre nell’ambito clinico, il volume ripropone il serio problema per cui il  disagio "arriva all'osservazione clinica dopo un lungo viaggio sottotraccia e ci viene denunciato soltanto quando i perduranti sforzi volti alla sua dissimulazione sono falliti". "Il malessere" continua Seganti "ci viene pertanto riferito in termini che lo fanno apparire alquanto disconnesso dai contesti ....in cui ha avuto origine". Aggiungerei quando può essere troppo tardi, come quando una persona si suicida o compie gesti irreparabili di violenza; o comunque, quando il lavoro da fare è enormemente maggiore di quello che sarebbe stato sufficiente in precedenza. Per questo poi le psicoterapie finiscono per durare anni e anni, non perché lo vogliono gli psicoterapeuti. Da questo possiamo derivare la necessità di realizzare interventi, che prescindano da una ufficiale, motivata richiesta di aiuto psicologico, e che si rivolgano o all'intera popolazione, come può avvenire ad esempio a livello scolastico, o in presenza espressioni di disagio indirette e non specifiche, come può avvenire a livello della domanda sanitaria, in particolare a livello di medicina di base, quando il disagio non è ancora strutturato in patologie definite.

Luigi Solano

Riferimenti Bibliografici
Bucci W. (2009): Lo spettro dei processi dissociativi. Implicazioni per la relazione terapeutica. In: G Moccia, L Solano (a cura di) Psicoanalisi e Neuroscienze: risonanze interdisciplinari. Milano: Franco Angeli, pp.29-53.
CARLI R. (1997): L'analisi della domanda rivisitata. Psicologia Clinica, n.1, 5-21.
FREUD S. (1921): Psicologia delle Masse e Analisi dell’Io. OSF, vol. IX.