Recensione di Cono Aldo Barnà

Sono contento di poter presentare il libro di Andrea Seganti perchè so quanto è stato impegnato nel tempo alla concezione e alla stesura del testo e quanto, ancora prima, si è dedicato per anni agli studi e ai confronti che sono stati necessari alla suddetta concezione.
Sono contento anche per il risultato che egli ha conseguito con la produzione di questo libro. Un risultato di cui penso debba essere molto soddisfatto dopo aver nutrito, immagino, dubbi e incertezze sul compimento dell'impresa.
Da parte mia, dopo essermi dedicato a più riprese alla lettura del libro, anche se non ho completato la rilettura in tutte le parti, posso dire che considero l'impresa senz'altro riuscita.
Egli è riuscito infatti a produrre un testo molto interessante, sapiente, documentato e capace di articolare vertici e conoscenze apparentemente diversi e distanti tra di loro, ma che invece vengono riflessivamente, con grande perizia, ricondotti alla possibilità di documentare le elaborazioni specifiche dell’autore o di dialogare con esse.
Si evienzia chiaramente, leggendo il libro e le tante articolazioni della sua concezione centrale, la persistenza signifcativa di un paradigma esplicativo già presente come trama di sottofondo nelle riflessioni, nelle letture e nelle esperienze affettive, culturali e professionali di Andrea Seganti.
Un testo per niente eversivo o anticonformista, come ci si poteva aspettare da un autore che si era mostrato spigoloso in altre occasioni, caratterizzato invece, nella mia fruizione, da una grande continuità con la formazione e l'appartenenza del suo autore al campo e al metodo psicoanalitico, nonchè coerente con gli studi e le frequentazioni scientifiche e culturali che abbiamo in parte condiviso.
Non offrirò qui una lettura critica del testo, cosa che non è nelle mie intenzioni, piuttosto vorrei rappresentare sintenticamente l'orizzonte che mi si è aperto leggendo il libro e meditando un pochino sulle rilessioni e le argomentazioni che contiene.
Per qualche verso, ad esempio, le “mine vaganti” di Andrea Seganti e la dinamica ad esse sottostante mi hanno ricordato le "misconceptions" di Money Kirle. Ricorderete che con tale termine egli intendeva l'esistenza di teorie o di convincimenti basati su collegamenti impropri e deduzioni errate che proprio perché radicate a livello profondo impediscono il cambiamento o si riaffacciano con particolare virulenza proprio quando se ne intravede uno significativo. Una concezione che mi sembra quindi attinente al lavoro di Andrea Seganti non tanto rispetto all'origine o alla natura di tali misconceptions, essendo quella delle “mine vaganti” una concezione forse diversa, ma sopratutto per la funzione di resistenza al cambiamento che entrambi i concetti propongono.
In temini più associativi, le “mine vaganti” di Andrea Seganti mi hanno fatto pensare ad alcune letture, quelle sì un pò originali, che mi è capitato di fare qualche tempo fa. Si tratta di alcune pubblicazioni di John Bradshaw, psicologo e teologo di Houston; pubblicazioni nelle quali egli precisa alcuni concetti significativi, quello di “famiglia disfunzionale”,  o di "bambino interiore ferito" e ancora quello di "vergogna tossica".
Sostanzialmente Bradshaw propone dei corsi con i quali mira ad aiutare le persone ad affrontare i loro dolori irrisolti risalenti all'infanzia, dolori causati dall'abbandono, dalla violenza in tutte le sue forme, dal mancato accoglimento dei bisogni di dipendenza dello sviluppo infantile e dalle idee sbagliate derivanti dalla disfunzione del sistema familiare. A me sembra di trovare delle assonanze significative tra il lavoro di Bradshaw e quello di Seganti. Bradshaw fa risalire le sue concezioni all'opera di Milton Erikson, alla sua concezione dell'inconscio e ai paradigmi da lui derivati di psicoterapia veloce e di programmazione neurolinguistica (Bandler e Grinder). Egli si rifà inoltre anche a Ron Kurtz e alla sua terapia detta anche "Metodo Haikomi", Un metodo atraverso il quale si avrebbe accesso al cosiddetto “nucleo essenziale”, che in sostanza sarebbe un nucleo di organizzazione della nostra esperienza interiore.
Si tratta di un metodo per il quale Bradshaw dice di aver preso ispirazione non solo da Erikson ma anche da Lao Tze, da Buddha, da Meher Baba, Al Pesso, John Pierrakos, Bill Evans e altri. Esso consiste nell'aiutare le persone a prendere coscienza delle loro credenze implicite e delle loro abitudini, per guidarli a una scoperta di sé. Sopratutto alla scoperta di come sono diventati ciò che sono. Sono teorie e autori che recentemente confluiscono nelle varie tecniche di Mindfulness. Teorie e tecniche ben descritte in un recente saggio da Daniel Siegel dal titolo appunto “Mindfulness e cervello”.
E' interessante notare che queste tecniche mirano, per dirlo grossolanamente, ad un allineamento tra gli emisferi cerebrali con le loro funzioni differenziate cognitive e affettive, ciò che Andrea Seganti, in termini però di relazione primaria e di modelli operativi interni, descrive in termini di allineameno e di mancato allineamento nella sua concezione circa la costituzione delle “mine vaganti”. Più precisamente Seganti elenca e processa i vari modelli di attaccamento che possono contribuire alle varie configurazioni relazionali e che sono all'origine delle più frequenti modalità di costituzione delle mine vaganti. Esamina in questo senso sia il contributo di Bowlby sia quello della Ainsworth, ma accenna anche al concetto di “spoilt children” di Borgogno e significativmanete a Bromberg e ai “modelli operativi interni dissociati” di Cesare Albasi. Le “mine vaganti” sembrerebbero sopratutto appannaggio di questi ultimi piuttosto che di esperienze rimosse.
Voglio riprendere in proposito alcune espressioni del libro che definiscono le “Mine Vaganti”: "inganni relazionali” ma sopratutto “inganni e dissociazioni nei confronti della propria autentitcità e competenza senziente”. Aggiungerei:"Contenziosi che si annidano nei nostri rapporti interpersonali e vagano in forma sommersa fino a quando non si apre uno spazio di contrattazione".
Nell'adulto la soluzione principe per disinnescare tali mine vaganti sarà di restituire al linguaggio la sua funzione di sincerità, aprendo uno spazio introspettivo che permetta di andare ad una ricontrattazione. E' a questo punto che l'dentità psicoanalitica di Andrea Seganti si ripropone fortemente, nel suo ribadire la dimensione introspettiva e la funzione di pratica sociale della psicoanalisi, basata appunto sulla sistematica indagine introspettiva per mettere a fuoco, attraverso il metodo narrativo, “quelle sensazioni negative sprofondate nella coscienza del soggetto a causa di precedenti accordi, inconsapevoli o solo parzialmente consapevoli, contratti tra se e gli altri”.
Gli altri dei quali l'oggetto non responsivo che deve diventare responsivo è il prototipo e il precursore, dalla madre alla natura, alle stelle, al divino.
Il doloroso lavoro psicologico per adattarsi all'ineluttabilità della parziale non responsività propria di tutti gli oggetti, i patti compromissori per sopravvivere, la persecuzione contenuta nell'aspettativa di risarcimento o nell'attesa dell’apertura di nuovi spazi di contrattazione, sono i vissuti significativi che l'introspezione, assistita dall'assetto analitico e intesa nelle sue più coraggiose accezioni interpersonali, deve evidenziare e avviare a una nuova conciliazione.
Io non so bene quanto il mio modo di lavorare con i miei pazienti sia prossimo al modello proposto da Andrea Seganti, so che per molti anni siamo stati compagni di scuola e compagni di varie avventure. Ma è anche vero che abbiamo avuto negli anni esperienze e frequentazioni diverse. Quello che posso dire è che la lettura del suo libro sta suggestionando fortemente negli ultimi tempi l’ascolto dei miei pazienti e forse anche lo stile dei miei interventi in seduta e questo, essendo io ormai un capitano di lungo corso, mi sembra una conferma della forza delle riflessioni che il libro può suscitare nei sui lettori.