Psicologia dello sviluppo

Esiste un lato oscuro in materia psicologica, dato dalla presenza di teorie implicite - luoghi comuni dati per scontati - che non sono sufficientemente smentiti dalle attuali teorie. Queste teorie del senso comune trovano appoggio in un modo di pensare semplificato che vede i bambini, inermi ed indifesi, crescere soltanto grazie alla benevolenza delle loro madri. Non è che questo punto di vista sia apertamente sostenuto in psicologia dello sviluppo quanto piuttosto che esso non viene sufficentemente smentito per cui esso continua a proliferare in sottofondo.
L’idea della superiore sensibilità delle mamme rispetto ai loro bambini, fornisce infatti un sostegno implicito ad una serie di pratiche di indottrinamento dei bambini che prendono la forma di piccoli e grandi abusi psicologici. Va notato che questa idea non è del tutto sbagliata quanto piuttosto alquanto superficiale in quanto trova la sua forza nella palese inferiorità che il bambino mostra di avere in campo motorio e linguistico, sottovalutando la sensibilità che neonati e bambini mostrano di avere nella corretta percezione degli eventi che riguardano le loro emozioni e la loro capacità di segnalare quelle influenze che essi ritengono andare in senso contrario ai loro stati di organizzazione.
Quando questo luogo comune venisse smentito fino in fondo, si verrebbero a creare alcune complicazioni psicologiche circa il fatto che il bambino (e gli psicologi che eventualmente lo sostengono) verrebbe immediatamente percepito come un giudice, la qualcosa andrebbe naturalmente a turbare quelle coscienze che non si sentissero troppo in regola. Ad evitare tale complicazione, ci si ricompatta quindi presto attorno alle idee del senso comune che sostengono a priori la sostanziale lungimiranza dell’operato delle madri, dei padri - e dei nonni che spesso vengono citati in questi casi – anche quando essi continuano a sottoporre i loro bambini ad ogni sorta di angheria.


Il mito della bontà materna


Una delle idee poco veritiere che troviamo ampiamente in circolazione in questo campo e che fornisce un terreno fertile a svariate forme di manipolazione è quella della bontà materna. Un’idea semplicistica che non rende conto di ciò che le mamme veramente fanno – nel bene e nel male – ai loro bambini. Un’idea che, non essendo sufficientemente smentita dalla psicologia, continua ad essere utilizzata surrettiziamente per giustificare e/o propagandare comportamenti colpevolizzanti verso i bambini stessi.



La bontà, nella vulgata psicologica, scaturirebbe da un non meglio definito istinto materno unito ad una qualche vaga convinzione circa lo spirito di sacrificio che animerebbe ogni mamma in barba a tante evidenze che ci dicono il contrario. La banale osservazione che le madri siano limitate, come è naturale che avvenga, dalle loro condizioni economiche, sociali ed affettive e che chiedano ai loro bambini di contribuire agli equilibri a volte molto precarie che essi vivono, sono tutte evidenze che vengono lasciate puntualmente in sordina nei manuali di psicologia. Assieme al luogo comune della bontà materna vediamo ampiamente prosperare l'altra idea complementare quella secondo la quale l'esperienza soggettiva del neonato e del bambino sarebbe caratterizzata da stati di inermità e di paura. Questi due luoghi comuni si sostengono a vicenda in quanto per mantenere in piedi l'idea di una madre ideale c'è bisogno di un bambino che non sappia fare quasi niente. Mentre l'idea di un bambino propositivo, capace di adattarsi a sopravvivere a delle normali madri che non sono sempre tanto buone, e che a volte creano surrettiziamente nei loro bambini stati di disagio intollerabili –vere e proprie mine vaganti - farebbe crollare in un batter d’occhio questa radicata convinzione.



Teorie che alimentano il mito della bontà materna


Buona parte delle teorie che si utilizzano in psicologia dello sviluppo, nonostante la scoperta di numerose prove circa la partecipazione attiva del bambino, tendono a mantenere in piedi una visione fortemente asimmetrica del rapporto madre bambino. Secondo questa visione la madre trasmette al bambino la sua disponibilità al bambino che viene concepito come totalmente dipendente dalla sua bontà. La madre fornisce coerenza ad un bambino che è totalmente inerme davanti agli eventi. Questo modo di pensare non è sostenuto così apertamente, ma trova supporto all’interno di scuole teoriche caratterizzate dalla sistematica messa in sordina degli elementi che fanno pensare che le cose non stiano precisamente in questo modo. Citeremo qui la Teoria del bambino insicuro (Bowlby Ainsworth), la Teoria della della madre che pensa e con il suo pensiero traforma le esperienze del bambino (Bion), le Teorie delle fasi, orali, anali, genitali ( Freud) secondo le quali il bambino si fissa sul piacere fisico che gli proviene dalle zone erogene, le teorie del sé grandioso (Kohut) secondo le quali il bambino si immagina senza ragioni di essere al centro del mondo.



Ciò che si è scoperto negli ultimi anni a proposito del rapporto madre bambino tenderebbe a mettere in discussione questi luoghi comuni. Il neonato è attento, attivo sensibile e propositivo. Contratta con la madre segnalandole quando gli viene imposto qualcosa che interferisce pesantemente negli stati di organizzazione che egli si sta dando. Questo non vuol dire che le madri non possano essere anche buone, ma più semplicemente che esse fanno delle proposte che vengono sanamente vagliate dai loro bambini. Se la proposta è convincente per il bambino, se la proposta non è strumentale o propagandistica, il bambino converrà; che si tratta di una proposta buona. Se è invece strumentale e propagandistica il bambino cercherà ugualmente di seguirla conservando tuttavia la sensazione in sottofondo di non esserne stato beneficato più di tanto.



Il bambino è quindi in grado di “giudicare” l’operato materno molto più di quanto non si voglia ammettere e questo succede ogni volta che la madre interferisce pesantemente nei suoi stati di organizzazione. Questo giudizio tuttavia può rimanere sepolto nella notte dei tempi se la madre non si da mai la pena di portarlo alla luce o addirittura pretende di essere rassicurata circa il fatto che esso non esista. Possiamo quindi sfatare il luogo comune della madre ideale dicendo chiaramente che questa madre non esiste, dato che è inevitabile che una madre interferisca anche pesantemente nella vita di un bambino. Nulla la può quindi mettere al riparo dalle critiche e dai sensi di colpa per i suoi inevitabili errori se non il fatto di essere consapevole di questa sua interferenza e dei motivi, spesso inconsapevoli che le animano. La "cattiveria" sta quindi – dal nostro punto di vista - nel pretendere che queste interferenze non ci siano e nel chiedere al bambino la conferma dell’invenzione della madre ideale. Mentre la "bontà" potrebbe stare nell'ammettere l’esistenza di continue interferenze e nell'accettare che alcune volte esse vengano anche messa in discussione. Imparando a portare in chiaro i messaggi reconditi del bambino e a non mistificarli.



Perchè si mettono al mondo dei figli


Nei fatti entrambi i genitori mettono al mondo i figli - come è giusto che questo avvenga - non solo per tutto ciò che di buono essi ci raccontano, ma anche per motivi molto personali e poco consapevoli, e a volte, anche legittimamente, egoistici. Un figlio può essere stato messo al mondo anche per compensare una perdita, un'altro per prendersi una rivincita verso alcune frustrazioni, un'altro ancora per rimpiazzare un vuoto che si era creato nella vita di uno od entrambi i genitori. Un figlio viene perciò investito da un mandato generazionale, alcune volte consapevole, a volte del tutto inconsapevole. Tanto più questo mandato non viene riconosciuto (come ad esempio nel caso della sostituzione di un parente morto) quanto più esso viene avvertito in sottofondo dal bambino come obbligatorio, come la sensazione che c'è qualcosa che sospinge i suoi genitori ad allevarlo, qualcosa di misterioro e molto forte cui egli deve obbedire senza sapere cosa sia. Un bambino cui è stato confidato un mandato intergenerazionale nascosto del quale magari i suoi genitori addirittura si vergognano, comincia molto presto ad avvertire che i genitori, invece di rispondere ai suoi stati di organizzazione interna rispondono ad un modello che hanno in mente che nulla ha a che fare con le esigenze del bambino...


Il bambino geniale


Esiste un nutrito gruppo di persone che cercano di sfuggire alla fastisiosa pressione psicologica esercitata dalle idee della maggioranza silenziosa professando un controargomento, quello secondo il quale il bambino risulterebbe estremamente capace ed intelligente fin dall’inizio. Questo controargomento, dice una cosa alquanto vera, ma tuttavia non riesce ad affermarsi perché viene portato avanti essenzialmente per sfuggire alla pressione degli argomenti della maggioranza che rimangono in agguato. Troviamo in questo campo genitori sinceramente dediti ai loro bambini, genitori i quali tuttavia hanno difficoltà ad ammettere di avere qualche difetto, come sarebbe invece giusto fare, per cui idealizzano le capacità dei loro bambini nell’intento di mettersi al riparo dai loro sensi di colpa, la cui esistenza e provenienza rimane ignota. La questione è che ammettere che si possa essere genitori normalmente difettosi significa implicitamente accusare i propri genitori (quelli della generazione precedente) di essere stati difettosi e quindi tradire le loro richieste di essere idealizzati ed adorati. Per cui il controargomentatore si mette dalla parte dei bambini ma cerca contemporaneamente di restare dalla parte dei propri genitori in modo tale che il senso di colpa continua. Esagera quindi la sua posizione critica nel tentativo di liberarsi del senso di colpa ma nel suo animo si sente dalla parte del torto per cui finisce per mettersi in una posizione estrema dove le sue idee possano facilmente essere smentite.