Il lato chiaro

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Il lato chiaro della nostra forza spirituale sta nella devozione che noi siamo in grado di portare agli altri - fin da neonati - anche quando gli altri in qualche modo ci trascurano e/o non danno spazio al nostro modo personale di sentire le emozioni. In questo modo ci adattiamo a coartare il nostro modo personale di sentire per rimanere in linea con quello che gli altri fanno e dicono mentre sviluppiamo nel fondo dell'animo la promessa che un giorno ci ripagheranno per la nostra devozione.


La teoria delle Mine Vaganrti dimostra come sia possibile tradurre sul piano delle motivazioni psicologiche quel connotato così caratteristico della specie umana che abbiamo indicato a proposito degli antichi osservatori delle stelle: la nostra naturale tendenza a metterci in rapporto con oggetti che di umano hanno poco o nulla, senza tuttavia perdere la speranza che questi stessi oggetti ci possano manifestare un giorno sentimenti di affetto e di considerazione. Daremo per scontato che questo tratto psicologico sia profondamente radicato in un patrimonio genetico il quale, mentre ci predispone a creare dei rapporti stabili favorendo accordi momentanei per l’allontanamento da sensazioni negative, ci permette anche di riprendere contatto con queste sensazioni e di tornarle a indagarle nel momento in cui ci si ritroviamo involontariamente imbrigliati in accordi interpersonali volti a occultare i nostri stati di malessere. Un patrimonio genetico che, quando esso venisse culturalmente supportato, ci permette di sperimentare l’elettrizzante sentimento di prendere contatto con le nostre personalissime sensazioni contrastanti mentre indaghiamo le intenzioni di oggetti scarsamente responsivi. In un contesto culturale adatto ci facciamo quindi portatori di naturali spinte a indagare su questioni per noi fondamentali, sorretti come ci sentiamo dalla speranza di portare alla luce degli stati di malessere che altrimenti accumuliamo in sottofondo e che rendono la nostra vita molto meno interessante.



Questo desiderio di intrattenere dei rapporti con l’assoluto per indagare sulle questioni che ci toccano nell’intimo potrebbe essere espresso come la presenza di una sorta di matrice religiosa al centro del nostro modo di entrare in relazione con il mondo, una tendenza innata a creare un legame indissolubile ed a tratti addirittura appassionato con qualcosa che ci sovrasta per la sua lontananza e la sua immutabilità. Guardando la cosa dal punto di vista psicologico, tuttavia, va subito chiarito che non si tratta a priori di fede religiosa, bensì di una forte propensione a selezionare tra gli oggetti reali quelli che attivano la nostra inquietudine proprio a causa della loro scarsa responsività e tuttavia suscitano anche la nostra devozione nel momento in cui siamo in grado di rintracciare in loro - mettendoci in uno stato d’animo di generosa responsività nei loro confronti - una qualche manifestazione di regolarità e di, sia pur bizzarra, ciclicità. Una propensione, quindi, a cercarli, a trovarli e a interrogarci circa le loro intenzioni, propensione che tuttavia necessita d’esser coltivata da una cultura che sia in grado di riconoscerla e di valorizzarla, proteggendola dal rischio della sua manipolazione. Porremo quindi al centro della nostra attenzione l’esistenza di un vissuto soggettivo che ci spinge ad allineare i nostri tempi ed i nostri ritmi a qualcosa di lontano e superiore a noi, qualcosa in cui aver fede, un vissuto che può anche tradursi, ma non sempre e non soltanto, in un rapporto con il divino.