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Andrea Seganti

Teoria delle mine vaganti.
Come maneggiare il lato oscuro della forza.
Prefazione di Franco Borgogno

Ed. Armando, 2009.







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  • Capire come nascono assieme la cattiveria e la bugia
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    Ibs



Prefazione di Franco Borgogno


“Essere una mina vagante” e altro



Con questo libro di Andrea Seganti possiamo capire più in profondità cosa intendiamo quando in condizioni ordinarie di vita diciamo che un individuo o un gruppo sono “una mina vagante” e forse, qualora ci si accinga a porgere una maggiore attenzione ai microeventi relazionali che sicuramente hanno contribuito a innescarle, diventare più comprensivi e più “compassionevoli” allorché le “mine” in questione “esplodono” in ambito sociale oppure “implodono” somaticamente. La stessa cosa vale per quanto riguarda ciascuno di noi, poiché non esiste persona che non porti dentro di sé in sottotraccia fin dalla prima infanzia almeno “un grappolo” di mine vaganti, mine pronte ad accendersi o a circolare silenziosamente al proprio interno e nei rapporti interpersonali fino a giungere, come avviene spesso, a trasmettersi alle generazioni successive (ai figli in primis) se esse nel corso delle singole esistenze non vengono individuate ed elaborate ogni volta che incontriamo le occasioni adatte per farle emergere più in superficie.


Ma che cosa sono le “mine vaganti” di cui Seganti ci parla facendole assurgere a elementi centrali dello sviluppo psicologico tanto da proporre una teoria fondata proprio su di esse? Sono l’esito inconscio di tradimenti e offese; un insieme – cioè – di sentimenti negativi “non digeriti” dal soggetto che sono via via scaturiti negli scambi interpsichici a causa di un “mancato allineamento” con i nostri stati d’animo – di una non lealtà, potremmo dire – da parte del partner e dei partners in cui si confida e da cui si dipende. Sentimenti negativi che al momento in cui sono sorti di fronte a vari tipi di non rispondenza sono stati mandati nel sottofondo della coscienza allo scopo di non mettere in crisi e di non perdere quei legami che vengono considerati vitali per il proprio benessere, e non raramente per la stessa sopravvivenza psichica. Sono, per dirla altrimenti, il risultato di accordi intersoggettivi collusivi e mistificanti, spesso taciti e impliciti, volti a porre in primo piano e a stabilizzare gli affetti positivi nella speranza e nell’attesa di un risarcimento futuro permesso dall’arrivo di una situazione più favorevole in cui si possano portare in chiaro i fraintendimenti, le ingiustizie e le delusioni sperimentati in precedenza ma posti momentaneamente a latere con l’intento di pervenire nel tempo a una franca e sincera chiarificazione e riconciliazione con l’altro. Attesa e speranza che immancabilmente potranno con facilità essere nuovamente disattese per le più svariate ragioni venendo in tal modo a costituire a poco a poco quello che per Seganti è il fulcro della sofferenza umana e di ogni patologia: sofferenza umana e patologia che si produrrebbero prioritariamente per una qualche forma di misconoscimento e per il non insediamento autentico del corpo nella mente e della mente nel corpo che ne conseguirebbe. Laddove invece si possa arrivare a un solido confronto sui torti e sugli inganni vicendevolmente subiti (è impossibile qui non riandare con il pensiero alle idee espresse più di trent’anni fa da Boszormenyi-Nagy, 1973, e ancor prima di lui da Suttie, 1935), si verranno all’opposto a gettare le fondamenta dell’ “essere davvero soggetti” e di ciò che siamo soliti chiamare “attaccamento sicuro”. Attaccamento sicuro che per il nostro autore non è semplicemente una condizione di base primaria concomitante a un buon incontro con l’oggetto materno e con i caregivers, ma il prodotto di un processo, di un working process in progress – sarebbe meglio definirlo – basato su una mutua e continuativa contrattazione e negoziazione interpersonale che ha inizio fin dai primi giorni di vita.


A differenza di Bowlby (1982) e di Ainsworth (1982), e in accordo con le ricerche di Brennan et al. (1998), la sicurezza è infatti per Seganti un “punto d’arrivo”, un punto di arrivo mai acquisito una volta per tutte: un punto d’arrivo che può essere conquistato e riconquistato solo allorché l’individuo nelle sue interazioni importanti riesce ripetutamente a raggiungere una stabilizzazione dei rapporti metabolizzando e rendendo flessibili sia le sue tendenze all’evitamento sia quelle all’avvicinamento (cosiddette ansioso-resistenti) che sarebbero entrambe parte intrinseca del corredo di specie, e non necessariamente delle difese secondarie dovute a intoppi (misfits) nei legami fondanti come prescrive la concezione classica dell’attaccamento. Un genere di sicurezza dunque, quella adombrata in queste pagine, che non deriverebbe tout court da una generica responsività degli oggetti, come molte teorie attuali sembrano limitarsi ad affermare, quanto piuttosto dalla disponibilità e apertura di questi ultimi a riconsiderare i loro atteggiamenti e i loro comportamenti, sovente fallaci, a partire dalla risposta che ottengono e, pertanto, dalla loro disponibilità e apertura a ravvedersi e a riconoscere pienamente – benché in un secondo momento – il contributo dell’altro alla relazione e le sue ragioni. Un riconoscimento e un “ravvedimento operoso” che devono essere mostrati non unicamente dal caregiver, ma anche dal bambino e ovviamente dal paziente se viene loro concessa la soddisfazione di potersi progressivamente avvertire capaci di riportare a sé e ai propri bisogni gli oggetti imperturbati, imperscrutabili, indifferenti, distaccati e non sincronizzati. Andrea Seganti in breve – appoggiandosi in particolare ad alcuni ricercatori nel campo dello sviluppo infantile quali Daniel Stern (1985) e Edward Tronick (1989) oltre che alla recente psicoanalisi americana di matrice relazionale e interpersonale (e qui aggiungerei altresì influenzato dagli studiosi, in gran parte anch’essi americani, del narcisismo e dei suoi disturbi) – introduce nella sua riflessione una revisione di non poco conto del punto di vista psicoanalitico maggioritario rimarcando quelli che sono i due aspetti imprescindibili per la salute mentale. Da un lato il non essere più che tanto lesi nelle transazioni con gli altri, in specie da parte di coloro che dovrebbero accoglierci e prendersi cura di noi sia a livello delle nostre potenzialità vitali sia a livello delle nostre capacità di iniziativa (agency); dall’altro l’essere fisiologicamente propensi a venire a patti e quindi a cercare un modus vivendi con il mondo esterno, anche quando questo a tutta prima non appaia per nulla bene intenzionato e amichevole nei nostri confronti.


A proposito del primo aspetto, come sostiene Seganti, il “senso di sé” si verrebbe a costruire già nel neonato in quell’esperienza che permette fin dall’inizio di sentire che si ha un impatto e una presa sugli altri, di sentire in altri termini che non si è solo influenzati e influenzabili nei rapporti ma anche in grado di influenzare e di interferire con la nostra presenza e con le nostre proprie emozioni sugli altri possedendo di conseguenza la possibilità di incidere sul corso degli eventi. Un impatto e una presa sugli altri che vengono riconosciuti e legittimati dalla realtà esterna e dai suoi rappresentanti che si adattano creativamente a noi mentre noi altrettanto creativamente ci adattiamo alle esigenze e ai limiti che essi impongono. Quando ciò accade, egli osserva, le frustrazioni e le sofferenze connesse al vivere possono naturalmente entrare a fare parte del “gioco” della vita, essere ossia affrontate e congiuntamente regolate non senza un certo piacere e una certa curiosità, e senza il pericolo di cadere nell’umiliazione di una dipendenza che indica quale unica via di esistenza la rinuncia alla propria individualità e al proprio sentirsi “agenti” nel mondo. I “dazi interpsichici compartiti” sarebbero perciò in questa visione dell’uomo uno scotto ineliminabile e perlopiù ammissibile, mentre non lo sarebbero affatto quelli da pagare unilateralmente e da soli senza avere in prospettiva alcun credito e remunerazione da poter riscuotere, quelli in sostanza che a lungo andare finiscono per disconfermare il nostro essere vivi generando una vera e propria “morte dell’anima”.


Circa il secondo aspetto, strettamente intrecciato con il primo, per Seganti rientrerebbe elettivamente nello “specifico umano” la “capacità di riformulare accordi interpersonali” in modo complesso e approfondito, mantenendo in sospensione l’inesorabile conflittualità insita nel vivere senza negarla e senza lasciare che prevalga con fissità e rigidità la singolare strategia adattiva che, a seconda della propria personalità e delle esperienze di crescita avute, si è adottata. Nel caso in cui tali fissità e rigidità non siano eccessive, in effetti, il soggetto, pur propendendo immediatamente per un peculiare stile comportamentale (mettere per esempio al centro se stessi con la pretesa che gli altri si adeguino alle proprie esigenze oppure concentrare l’attenzione sulle preoccupazioni e sulle aspettative degli oggetti abdicando a qualcosa di proprio), si conserva mobile e pervio di fronte alle circostanze della vita, sia accettando quando occorre di riposizionarsi all’interno di possibilità contrastanti e alternative fra loro, sia accogliendo il riposizionamento altrui successivo alle proprie reazioni. Una disposizione relazionale, quest’ultima, che risulta alla resa dei conti vincente in quanto non darebbe avvio a quei contenziosi sadomasochistici (e talora schiettamente perversi) che vengono a instaurarsi quando solo uno dei due partners è costretto a cambiare e a farlo a esclusivo vantaggio dell’altro: un’eventualità che con evidenza non può che alimentare un crescendo vuoi di persecutorietà, vuoi di rabbia e aggressività. A conclusione e a volo d’uccello, a che cosa deve mirare una pratica psicoterapeutica conforme ai valori e ai principi delineati dalla “teoria delle mine vaganti”? Innanzitutto a una rivalutazione netta dell’universo delle sensazioni soggettive, una dimensione – la sensibilità sintetico-intuitiva – che dalla psicoanalisi è stata per molti versi in parte negletta o circoscritta in spazi tutt’oggi ancora troppo esigui e ristretti. Negletta e circoscritta non tanto perché non conosciuta ma perché in larga misura sottostimata rispetto all’apporto che essa può dare al conoscere il mondo, gli altri e se stessi, dal momento che dalla nostra cultura (inclusa quella psicoanalitica) è stato indubbiamente privilegiato il linguaggio verbale come habitus in cui si manifesta l’inconscia relatedness dell’individuo e il suo essere un soggetto immediatamente attivo e partecipe nell’incontro con i suoi simili, e non si sono al contempo vagliati a sufficienza gli esiti conformistici e acritici suggestivamente promossi e sottesi da esso. La soggettività cui fa precipuo riferimento Seganti è viceversa una soggettività che precede il linguaggio vero e proprio avendo come canali preferenziali lo sguardo, la postura, il gesto e il ritmo. Sguardo, postura, gesto e ritmo che veicolerebbero assai prima delle parole, ma anche al di là di esse, un’appercezione corretta della vita e delle sue manifestazioni, e una corrispondente competenza atavica nel muoversi al loro interno, fondate su giudizi, desideri e preferenze che, fin dalla nascita, sarebbero alla base del processo di comunicazione fra madre e bambino. Sguardo, postura, gesto e ritmo, la cui natura e incidenza, pur sfuggendo in età adulta alla consapevolezza e spesso alla capacità di osservazione e di analisi, possono essere riportati alla ribalta dell’indagine, disoccultati e riavviati a più libera espressione attraverso l’esplorazione impegnata e responsabile della propria e dell’altrui risposta emotiva negli scambi microscopici e macroscopici che accompagnano e alimentano il dialogo terapeutico.


Le mine vaganti – questo in definitiva è il succo della prospettiva illustrata in questo libro – diventano più governabili e gestibili se uno si fa maggiormente cosciente di come esse si riformino nel presente e si siano in passato formate, malauguratamente anche tramite il nostro concorso, e se inoltre (siffatta convinzione di Seganti è da me condivisa appieno, vedi il mio Psicoanalisi come percorso, 1999) ci si può rendere conto fino in fondo che fra le offese più dolorose che possiamo subire, e tacitamente avallare e perpetuare, v’è l’offesa che proviene dal diniego della propria intelligenza emotiva e dalla sconfessione della propria autoctona esperienza. Che cosa sarebbe in sintesi, per terminare la mia presentazione, la psicoterapia, almeno quella ispirata dalla psicoanalisi? Nient’altro che l’offerta di un nuovo contesto di inter-mediazione psichica e di produzione reciproca di significati in cui potere iniziare ad apprendere a essere “più sinceri” con noi stessi e con i nostri interlocutori sì da riuscire ad allargare i confini – parzialmente rimossi, dissociati e financo mai nati – dell’intimità e dell’interiorità della conversazione fra chi richiede “una cura” e chi insieme a lui si adopera con dedizione nell’aiutarlo a rinvenire il “rimedio” che è d’uopo per risanare pene e ferite.




Bibliografia



Ainsworth M.D.S., Attachment: Retrospect and prospect, in C.M. Parkes, J. Stevenson-Hinde (eds.), The Place of Attachment in Human Behaviour, New York, Basic Books, 1982.
Borgogno F., Psicoanalisi come percorso, Torino, Bollati Boringhieri, 1999.
Bowlby, J. Costruzione e rottura dei legami affettivi, [1979], Milano , Cortina, 1982.
Brennan K. A., Clark C. L., Shaver P. R.. Self-report measures of adult romantic attachment. An integrative overview, in J. A. Simpson, W. S. Rholes (eds.), Attachment Theory and Close Relationships, New York, Guilford, 1988 pp. 46-76.
Boszormenyi-Nagy I., Spark G., Lealtà invisibili. La reciprocità nella terapia familiare intergenerazionale, [1973], Roma, Astrolabio, 1988.
Stern D., Il mondo interpersonale del bambino, [1985], Torino, Bollati Boringhieri, Torino, 1987.
Suttie I.D., Le origini dell’amore e dell’odio, [1935], Torino, Centro Scientifico Editore, 2007.
Tronick E. Z., Emotions and emotional communication, «Infants. American Psichologist», vol. 44 (2), 1989, pp. 112-119.



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